Che l’Italia stia vivendo un momento difficile, é ormai chiaro a molti ma, ciò che mi preoccupa sempre di più, è il crescente pessimismo che coinvolge i giovani.
Da una ricerca , infatti, sembra che i giovani italiani siano disposti ad abbandonare il proprio Paese per cercare fortuna altrove. Probabilmente perché, nel momento in cui i ragazzi sembrerebbero pronti a dare il proprio contributo, ad investire le proprie forze e i propri soldi per fare impresa e migliorare il Paese, trovano davanti a sé porte chiuse, strade sbarrate o, ancora peggio, ingombrate da persone incompetenti e inefficienti. Allora, è proprio qui che bisogna cambiare: aprire la strada ai giovani laureati, competenti e meritevoli, aprirsi a quel magico mondo chiamato “meritocrazia”.
D’altra parte, e lo dico da giovane, bisogna recuperare un po’ di sano ottimismo: il passato non va idealizzato, i problemi ci sono oggi, come c’erano ieri. L’importante è avere la presunzione e la cattiveria per riprendersi da soli il proprio spazio, senza aspettare il piatto già pronto, che non darà mai nessuno.
In più, e lo dico con molta sincerità e schiettezza, bisogna accettare, seppur con le dovute differenze, alcune punzecchiature: siamo un po’ “bamboccioni” e “sfigati”. Non possiamo nasconderci dietro un dito e dire che tutti i laureandi siano davvero motivati, che chi davvero spende molto tempo nell’università lo fa per problemi che ne condizionano l’andamento. Spesso l’università diventa un parcheggio, un cuscinetto per evitare di sbattere direttamente, magari a soli 18 anni, contro il mondo del lavoro. E’ sempre sbagliato generalizzare, ma spesso c’é un problema di fondo: prima si lavorava per non studiare, ora si studia per non lavorare. Ci siamo un po’ uniformati, si ambisce al lavoro stabile, d’ufficio, convinti che una laurea possa essere il passepartout per il mondo lavorativo, mentre lavori manuali, quell’artigianato per cui siamo diventati grandi in tutto il mondo, oggi piangono per l’assenza di degni eredi.
Siamo diventati un Paese un po’ ibrido, indeciso, nel quale i giovani sembrano titubanti e insicuri, con una classe dirigente assolutamente inadatta come guida.
Per questo motivo credo che, in questo momento così particolare, il ruolo della politica sia incredibilmente affascinante quanto difficile: la politica deve svolgere il ruolo di mediatore tra giovani e mondo del lavoro, favorire il meglio e respingere il peggio. Questa é la grande sfida dei prossimi cinquant’anni, da cui dipendono le sorti non soltanto dei giovani, ma di un Paese intero.
Marta

 

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